UNA GRANDE LEZIONE DI STORIA CON L’ON. GERO GRASSI

Una grande lezione di storia politica quella che si è consumata in via Principe Umberto il 9 maggio, in occasione del secondo degli Incontri Virtuosi organizzati dalla coalizione di centrosinistra “Noci Bene Comune”. Per il 35° anniversario della morte di Aldo Moro, ho voluto interrompere il clamore della campagna elettorale, per condividere un momento di riflessione, perché si può fare politica in tanti modi, ma se ci dimentichiamo dei modelli della nostra storia politica, non possiamo sperare di costruire un futuro migliore. In questo momento di raccoglimento sotto il profilo del pensiero, mi sono avvalso della presenza a Noci dell’On. Gero Grassi. Collezionista “quasi maniacale” di materiale sulla storia politica è stato proprio l’On. Grassi a ricostruire la storia dell’uomo Aldo Moro e delle circostanze in cui visse.

«In una campagna elettorale discutere di Moro non è una cosa semplice – ha esordito l’Onorevole Grassi. – È un esercizio particolare, soprattutto perché lo Stato italiano non ama parlare del caso Moro. Il 9 maggio è la giornata della memoria per tutte le vittime del terrorismo. Ma di Moro in sé si parla poco. Nella politica avida, urlata, spesso anche malvagia, parlare di Moro è la cosa più bella che ci possa essere. Parlare di Moro e del contesto in cui ha operato significa parlare della bella politica, quella a cui ci dobbiamo ispirare. La politica deve risolvere i problemi delle persone e, come diceva Moro, lo deve fare partendo da chi ha più bisogno».

Restituiamo quindi uno spaccato della ricostruzione storica fatta dall’On. Grassi. Il 31 marzo del 1946 per la prima volta nei comuni dell’Italia meridionale si votava per l’elezione dei consigli comunali, dopo la caduta del Fascismo, che di fatto aveva tentato di “spegnere i cervelli”. In Puglia giravano due personaggi, in occasione di quella campagna elettorale: il “professorino” Aldo Moro e Giuseppe Di Vittorio, comunista. All’epoca il 90% della popolazione delle provincia di Bari non aveva i servizi igienici, il 90% degli abitanti della provincia di Bari erano analfabeti, il 98% delle strade erano distrutte. Le condizioni della nostra provincia erano disumane, e ciò a causa del Fascismo. Di Vittorio, più vecchio di vent’anni di Moro, quando saliva sul palco infiammava le folle, si toglieva la coppola e diceva che di fronte al padrone non bisognava togliersi la coppola, perché era umiliante per gli operai. Diceva ai pugliesi che il mondo è come una ruota e solo se si spingeva tutti nella stessa direzione la ruota poteva camminare. A fronte di questo grande oratore vi era Moro, che parlava piano, a bassa voce.

Le persone ai comizi si portavano le sedie da casa, perché non sapevano nulla della democrazia e volevano conoscere. Chiamavano i comizi “il parlamento”. La Gazzetta titolava in quei giorni “Grandi folle ai comizi di Aldo Moro” e “La gente va via felice ma non capisce”. E come avrebbero potuto i “cafoni” (nell’accezione di Tommaso Fiore) del Sud capire, infatti, cosa volesse dire “stato etico” o che “ogni uomo è universo”?. Moro parlava del merito, diceva allo scalpellino che suo figlio un giorno, se avesse voluto, avrebbe potuto fare il professore. Queste cose che Moro ha detto nel ‘46, quando poi nel ‘63 è diventato Presidente del Consiglio, le ha fatte davvero, con due riforme importantissime: quella sull’obbligatorietà della terza media, perché secondo lui soltanto la scuola poteva consentire al Mezzogiorno di uscire dallo stato di arretratezza in cui versava; e quella sulla nazionalizzazione dell’energia elettrica, prima gestita a livello comunale da un piccolo proprietario che metteva delle tariffe per i più insostenibili.

Moro aveva due caratteristiche: credeva nella sacralità della persona e possedeva capacità di inclusione, sosteneva che era necessario includere nel circuito del potere quelli che ne erano ancora fuori. E, a questo riguardo, nutriva una forte speranza nei giovani.

Moro diventò prima Presidente del Consiglio e poi Presidente della Democrazia Cristiana, negli anni del Terrorismo. In quegli anni i telegiornali erano rarissimi e cominciavano tutti con la notizia di un omicidio di un sindacalista, di un esponente politico, di un agente delle forze dell’ordine. La risposta politica a questi fatti era però troppo debole. Tanto che una parte dell’intelligentia italiana – tra cui comparivano Pasolini o Sciascia, per fare qualche nome – incominciò a sostenere di non stare “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”.

Il giornale Der Spiegel, per presentare l’Italia, mise in copertina un piatto di spaghetti con dentro la pistola dei brigatisti. I brigatisti erano i nostri figli, ventenni, che volevano fare la rivoluzione. Operavano principalmente nelle città di Torino, Genova, Milano e Roma. In seguito hanno spiegato che rapirono Moro perché sarebbe stato il prossimo Presidente della Repubblica ed era interlocutore privilegiato di Berlinguer. Raccontarono anche che Andreotti fu seguito in una chiesa da un brigatista al punto che questi gli toccò la gobba, perché portava fortuna. Ciò spiega quanto lo Stato allora non fosse nelle condizioni di affrontare un avvenimento come il rapimento di Moro.

In seguito al rapimento, i partiti e i sindacati per la prima volta scesero tutti insieme in piazza per dire no alla violenza. Il 16 marzo inizia una tragedia, i 55 giorni più lunghi della storia d’Italia, tutti concentrati sulla ricerca di Moro. E lo cercarono ovunque. Quello stesso giorno giurò per la prima volta un Governo che vedeva insieme Dc e Partito Comunista, il primo governo con un ministro donna della storia d’Italia, Tina Anselmi. Quel governo approvò la legge 833, che equiparava i cittadini sotto il profilo dell’assistenza sanitaria. Tutti votarono tranne il Movimento Sociale e i Liberali. Quel Governo disse no alla trattativa con le Brigate Rosse. L’unica volta in cui lo Stato non ha trattato è stato il caso Moro. Moro nel frattempo scriveva delle lettere bellissime, in cui sosteneva che nessuno aveva il diritto di condannarlo a morte. Lui si era battuto affinché i diritti delle persone non fossero solo concessi, ma riconosciuti. Il destino di una persona che non si può difendere, non può essere deciso da un carnefice. Quello che è stato fatto a Moro è disumano. I brigatisti si presentarono come “giudici del popolo” e lo interrogarono. Moro si confrontò con loro, come era suo uso, discusse con quelli che potevano essere suoi figli. L’8 maggio, il giorno prima dell’omicidio, la colonna strategica delle Brigate Rosse si ritrovò sul lungomare romano per decidere cosa fare di lui. Dei nove che decisero il suo destino, gli unici quattro che votano per la sua liberazione furono i suoi carcerieri, coloro con cui aveva parlato in quei 55 giorni. Il 20 aprile del 1978 si disse che in provincia di Rieti c’era il corpo di Moro, nel Lago della Duchessa. Tre anni fa un consulente della CIA ha confessato di aver lui stesso consegnato il documento falso che provava tale fatto. Lo fece per preparare il popolo italiano all’eventualità che la morte di Moro potesse avverarsi. Si è parlato di “delitto di abbandono”, perché Moro è stato abbandonato dallo Stato italiano. Quattro giorni dopo il suo rapimento un giovane magistrato intuì che in una tipografia a Roma si stampava il materiale delle Brigate Rosse. Ma i permessi per perquisirla arrivarono troppo tardi. Moro scrisse anche al papa Paolo VI e a Berlinguer. Ai cittadini italiani scrisse che “questo paese non si salverà” perché la stagione dei diritti non poteva avverarsi se questi non fossero stati accompagnati da doveri.

Il 9 maggio del ‘78 venne trovato il cadavere di Moro. Dopo alcuni giorni furono celebrati i funerali, privati come richiesto dalla famiglia. Vi parteciparono però tutte le più alte cariche dello Stato. Celebrò la messa il papa Paolo VI. Un funerale senza cadavere, perché la famiglia non consentì di portare il cadavere in chiesa. Il papa si arrabbiò con Dio, fatto rarissimo. Paolo VI aveva scritto una lettera ai brigatisti durante il rapimento, chiamandoli “uomini”. La grandezza di una comunità, infatti, non consiste nel punire chi sbaglia con la pena di morte. La giustizia per Moro “non è quella dei tribunali, è quella sociale”. È capire che non c’è bisogno della violenza per addivenire ad una ridistribuzione della ricchezza, giustizia è consentire a chi non ha di avere quello di cui abbisogna. Il destino dell’uomo non è quello di avere sempre giustizia, ma di ambirvi.

«Parlare di Moro non è esercizio di retorica – ha concluso l’On. grassi. – Parlare di Moro significa firmare un contratto serio con i cittadini. Se il centrosinistra di Noci ha voluto una riflessione comune su un personaggio importante, non credo che l’abbia fatto per fare un semplice revival storico, ma per rimarcare il suo impegno con la città, per riportare in auge la politica del servizio. È importante che la politica scenda in piazza per incontrare e conoscere le persone. Come stiamo facendo qui noi stasera».

Ringrazio di cuore tutti i presenti.

d.